Appalti Pubblici

Gli indicatori prestazionali di un progetto di riqualificazione energetica: quelli per il Committente e quelli per la ESCO

Nei progetti di riqualificazione energetica siamo abituati ad evidenziare soprattutto i risultati in termini di  risparmio energetico. Così siamo abituati da una corposa letteratura, da riviste specializzate e da una convegnistica frequente che trascurano il nodo della sostenibilità complessiva delle iniziative, a totale vantaggio di un approccio ideologico al miglioramento delle condizioni ambientali del pianeta.

Ben diverso è l’approccio che un generico Committente o una ESCO devono affrontare di fronte a opportunità concrete, soprattutto nel caso di progetti significativi, ancor più se opere pubbliche e finanziate con lo strumento della “concessione” e dunque del Finanziamento Tramite Terzi ai sensi del D.LGS. 115/2008.

Nei casi citati, è dunque indispensabile affrontare una rigorosa analisi di fattibilità che, o che ci si trovi a essere Committente, o ESCO, deve essere valutata attraverso indicatori di sistema apparentemente differenti e contrastanti, ma il cui punto di equilibrio è indispensabile per il buon esito dell’iniziativa. Se infatti un Committente valuterà il potenziale risparmio energetico, il risparmio sulla bolletta energetica, la durata del contratto e l’equity necessaria, la ESCO valuterà la necessità di capacità tecnico organizzative, la disponibilità di mezzi propri e approvvigionamenti bancari, l’incremento di valore patrimoniale che lo sviluppo dell’iniziativa renderà possibile.

Vi è poi la questione relativa al fatto che se il Committente intende affidare l’iniziativa attraverso una gara, tale prospettiva dovrà dallo stesso essere verificata dal suo punto di vista, ma anche dal punto di vista di un eventuale partecipante alla gara, assegnando adeguate risorse alla base della gara stessa.

Vi sono pertanto una serie di indicatori qualitativi generali che, in una procedura di qualità, devono essere opportunamente classificati e misurati. In estrema sintesi si possono già leggere nei capoversi precedenti.

Vi sono poi indicatori di tipo economico finanziario che possono essere utilizzati dal Committente o dalla ESCO per verificare l’uno, la sostenibilità generale del progetto, la seconda l’incremento di valore della propria azienda.

Il punto di vista della Stazione Appaltante lo possiamo ritrovare negli ottimi documenti divulgativi dell’Unità Tecnica Finanza di Progetto della Presidenza del Consiglio. Tale ufficio ha il compito di fornire strumenti operativi utili alla diffusione ed alla standardizzazione degli strumenti di analisi utilizzati nella finanza di progetto pubblica. In una presentazione relativa agli elementi introduttivi del PF, datata 2010, si individuano come indicatori il TIR (tasso interno di rendimento) ed il VAN (valore attuale netto), applicato sull’intero progetto e solo sull’azionariato dell’iniziativa (in questo caso la ESCO). Ai fini della “bancabilità” dei progetti sono poi indicati l’LLCR e il DSCR calcolati sui flussi di cassa operativi (totali e disponibili per il debito).

Mentre per il VAN l’applicazione è piuttosto semplice ed intuitiva, il calcolo del TIR pone dei dubbi di fondo che, soprattutto sul lato della ESCO, induce all’opportunità di valutare altri indici più significativi.

Il TIR ha dunque alcuni limiti di utilizzo:

a) Non rappresenta un idoneo strumento da solo a misurare l’effettiva desiderabilità di un investimento, in quanto non considera il confronto tra progetti in termini di valore Attuale netto creato, ma solo il rendimento percentuale.

b) Il TIR semplice si basa sull’ipotesi sottostante che i flussi di cassa generati dal progetto vengano reinvestiti al medesimo tasso TIR e non al costo del capitale. Questa limitazione viene superata con la formula del TIR Modificato, che prevede il reinvestimento dei flussi di cassa annuali di un progetto al costo del capitale fino all’anno finale di analisi, poi si calcola il TIR come tasso che rende l’ammontare “globale di tutti i flussi portati avanti fino all’ultimo anno” pari a zero. Questo accorgimento metodologico rende più precisa la computazione del rendimento implicito effettivo.

c) Il TIR potrebbe in taluni casi fornire soluzioni multiple, specialmente in presenza di costi con costi di clean up finali, o con investimenti futuri ingenti. In tali situazioni la curva di rendimenti non è algoritmica/lineare ma presenta punti di massimo e minimo e di conseguenza soluzioni plurime.

d) Il TIR non fornisce risposte affidabili in casi di “iper leverage”, dove il costo di default nelle prime fasi è alto mentre si riduce nelle fasi avanzate del progetto.

Esistono diverse situazioni specifiche in cui tale metodo può non essere adeguato:

  • non tutte le serie di flussi di cassa hanno valori attuali netti che diminuiscono all’aumentare del tasso di sconto;
  • tassi di rendimento multipli: se i flussi di cassa hanno molteplici cambiamenti di segno possono esistere tanti TIR quanti sono tali cambiamenti. Ovvero si può verificare che il TIR non sia calcolabile e il VAN positivo: ciò accade quando il progetto non prevede flussi di cassa negativi;
  • progetti alternativi: un progetto di piccole dimensioni con un TIR molto elevato potrebbe avere un VAN inferiore ad un progetto di grandi dimensioni con un TIR modesto. Il metodo del TIR potrebbe dare indicazioni non paragonabili per progetti che differiscono per dimensione o distribuzione nel tempo di flussi di cassa.
  • ipotesi sulla struttura per scadenza dei tassi di interesse: per utilizzare il metodo TIR è necessario ipotizzare che il tasso di sconto rimanga uguale per tutto il periodo di durata del progetto. Quando è ipotizzabile che tale struttura non sia piatta, il TIR di un progetto dovrebbe essere confrontato con il rendimento atteso di un titolo che nel mercato finanziario ha lo stesso rischio e la stessa struttura temporale dei flussi di cassa.

Un altro metodo che le ESCO potrebbero utilizzare è pertanto quello dell’EVA (Economic Value Added), che misura l’aumento periodico (per esempio annuale) del valore per gli azionisti.

Presentato per la prima volta da Steward nel 1994, questo indice offre una misura periodica  della creazione di valore al netto delle imposte (prima degli oneri finanziari) e il costo del capitale annuo dell’attività (mezzi propri e debiti utilizzati per creare tale reddito operativo). Il significato di tale misura è che si genera un valore aggiunto economico per gli azionisti solo quando il reddito operativo netto delle imposte e lordo degli oneri finanziari (NOPAT) è più alto del costo annuo del capitale sostenuto per finanziare gli investimenti. Quando il NOPAT è inferiore al costo annuo del capitale investito, si ha una riduzione del valore degli azionisti. Evidenziamo che quelle aziende che hanno un EVA negativo non necessariamente sono in perdita, ma piuttosto non remunerano gli investitori per il rischio assunto e talvolta presentano tassi di rendimento inferiori persino a quelli esenti da rischi.

Come abbiamo potuto osservare anche solo con queste brevi note, la valutazione sulla sostenibilità della riqualificazione energetica coinvolge numerosi “value driver” assai delicati da stimare. A tutto ciò si deve aggiungere un’adeguata valutazione dei rischi attraverso la loro classificazione e stima. Questo tema sarà affrontato in un prossimo articolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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